Assolta l’ex operatrice della casa di riposo: «Non maltrattò gli anziani»

La Corte d’appello ribalta la sentenza di condanna inflitta nel 2019. L’avvocato: «Impreparata a seguire pazienti con problemi psichiatrici»

Cividale. Era colpevole, adesso non lo è più. Perché, a differenza di prima (udienza del 3 aprile del 2019), quando il tribunale di Udine le inflisse una condanna a due anni di reclusione, sospesi con la condizionale, la Corte d’appello di Trieste ha stabilito che il «fatto», ossia le condotte che tenne verso tre ospiti della casa per anziani di Cividale, dove prestava servizio come operatrice socio sanitaria, «non costituisce reato». Non integra, cioè, l’ipotesi dei maltrattamenti che le era stata contestata. 

Si è chiuso così, con un’assoluzione piena, il procedimento penale che nel febbraio del 2017 fu avviato a carico di Laura Fadini, oggi 60enne, di Premariacco, sulla scorta delle voci che alcuni colleghi avevano riferito alla direzione generale e che, oltre a mettere in moto le indagini del Commissariato di polizia, finirono per costarle da subito il posto di lavoro. 

La riforma della sentenza porta la firma del collegio presieduto dal giudice Mimma Grisafi (relatore, la collega Anna Fasan), che nella serata di mercoledì 12 gennaio, dopo una camera di consiglio durata quasi due ore, ha ritenuto di aderire alle richieste avanzate dalla difesa, rappresentata dagli avvocati Rino Battocletti e Francesca Lanzutti, e di discostarsi quindi dalle conclusioni sostenute dal sostituto procuratore generale, Luigi Leghissa, favorevole invece a una conferma della penale responsabilità dell’imputata, così come stabilito in primo grado. «Un atteggiamento decisamente sopra le righe», aveva motivato il giudice del dibattimento, parlando anche di «metodi bruschi e poco urbani» e definendo l’allora operatrice «troppo energica o veemente». 

A monte, un mese di filmati e intercettazioni nel reparto “Stella alpina”, riservato a degenti con problemi di demenza senile. «Adesso ti dò», «Spero che tu muoia» e «Schifosa»: così l’avevano sentita rivolgersi alle pazienti più irrequiete, mentre colpiva il ventre di una o torceva una mano dell’altra. 

L’episodio più grave, secondo pm e gip, che di lì a poco aveva emesso la misura cautelare del divieto di avvicinamento, era stato quello in cui era stata vista premere un asciugamano sul volto di un’anziana stesa a letto, mentre la collega le cambiava il pannolino. 

Tutt’altro il contesto proposto dalla difesa, che ha da sempre escluso qualsiasi forma di volontà, da parte dell’assistita, di vessare gli ospiti, prodigandosi semmai nel prestare loro assistenza, pur con i limiti che la sua preparazione le imponeva. 

Una mansione ingrata, proprio perché condizionata da un ambiente di lavoro «carente» e da un’organizzazione «inidonea», ha rimarcato anche in sede d’appello l’avvocato Battocletti, ricordando in particolare la problematicità dei sedici pazienti presenti nel reparto. Persone «affette da gravi disagi psichici», ha detto, che semplici operatrici socio sanitarie come lei non avevano la «competenza specifica» per seguire, tanto meno incalzate da «orari serrati», «in assenza di infermieri professionali» e senza neppure «un protocollo su come affrontare la demenza e l’aggressività che da questa deriva». 

Il ribaltamento della sentenza, di cui si attende comunque la motivazione, potrebbe avere sposato questa tesi. «La nostra assistita – aveva concluso la difesa – paga con una condanna infamante il proprio impegno di garantire cura e igiene, fors’anche con modi bruschi, in una situazione di carenza di personale qualificato».

Fonte: Messagero Veneto
Data: 14 Gennaio 2022 alle 11:12

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