Depositata la motivazione della sentenza della Corte d’assise d’appello di Trieste. Nel 2019 il gup lo aveva condannato a 16 anni per l’omicidio di Tatiana
UDINE. Parlano di «tempi impossibili», definiscono la teste chiave «contraddittoria e perciò inattendibile» e bollano come «assolutamente infondato» il movente della crisi di coppia.
Nel demolire l’impianto accusatorio e gli argomenti che supportarono la decisione di condannare, il 19 settembre 2019, Paolo Calligaris a 16 anni di reclusione per l’omicidio della compagna Tatiana Tulissi, uccisa con tre colpi di pistola, sull’uscio di casa, a Manzano, l’11 novembre del 2008, i giudici della Corte d’assise d’appello di Trieste non hanno usato mezzi termini.
«Il gup è giunto ad attribuirgli il fatto illecito ora dando dignità di indizio a meri sospetti e a elementi privi di certezza, gravità e precisione, ora travisando i fatti, ora violando le regole del prudente apprezzamento della prova dichiarativa, ora omettendo di considerare con prudenza e completezza tutte le emergenze di indagini e consulenze», scrive il consigliere estensore Gloria Giovanna Carlesso, che insieme al presidente Mimma Grisafi ha firmato le quasi 200 pagine della sentenza che, lo scorso 25 settembre, ha assolto l’imprenditore, oggi 52enne e residente a Cividale, con formula piena.
Smontati i pilastri dell’accusa.
In cima alle «fondamenta indiziarie» elencate dal pm di Udine, Marco Panzeri, nella richiesta di riapertura delle indagini nei confronti di Calligaris (dopo l’archiviazione disposta nel giugno 2012) e ribadite poi nell’atto d’appello, la testimonianza di Regina Maria Genuzio, la vicina di casa che aveva affermato di avere sentito alcuni colpi attorno alle 18.30.
In secondo grado, né quello, né gli altri undici punti sulla base dei quali carabinieri e Procura avevano proposto una ricostruzione dei fatti tale, da attribuire il delitto della 36enne alla mano del suo allora compagno, ha retto all’esame e alle valutazioni del secondo grado. Tanto più, alla luce del fatto che centinaia di ore di intercettazioni telefoniche e ambientali – rilevano i giudici – non hanno dato alcun esito di rilievo.
E, come in più parti si sottolinea nella motivazione, in forza degli argomenti portati dalla difesa, rappresentata dagli avvocati Rino Battocletti, Alessandro Gamberini e Cristina Salon.
I tempi e i testimoni.
Si parte dall’ora della morte. Che gli inquirenti collocano alle 18.32, secondo più secondo meno, quando la vicina sente gli spari e Calligaris, che chiamerà i soccorsi alle 18.32 e 57 secondi, è già in villa (l’arrivo è calcolato tra le 18.29 e le 18.30).
Una versione «destituita di qualunque serio fondamento scientifico», sostiene la Corte, che parla di «suggestivo quanto fuorviante tentativo del pm di interpretare le considerazioni temporali fatte dagli operatori del 118 al solo fine di collocare, come ha preteso di fare, forzando ogni dato anche naturalistico, la morte della vittima, verso le 18.32, ai limiti estremi dell’ampia forbice edittale indicata dal suo stesso medico legale».
A essere valorizzata è invece la tesi dei difensori, secondo cui la donna sarebbe stata uccisa poco dopo essere giunta a casa, più o meno mezz’ora prima.
E che hanno insistito sulle dichiarazioni della titolare di una pizzeria che, già nel 2013, aveva riferito di avere udito 5 colpi d’arma da fuoco, in sequenza veloce, tra le 17.55 e le 18.15, mentre si trovava nel laboratorio del locale distante 500 metri in linea d’aria dalla villa. «Dichiarazioni sottovalutate – si legge in sentenza –, perché, verosimilmente, gli inquirenti le ritengono incompatibili con l’arrivo di Calligaris».
Gli scoppi del buggy
Ma allora cos’ha sentito Genuzio? Escluso che «possa darsi a una testimone, che cade in tali e tante contraddizioni e incertezze, lo spessore probatorio che si è inteso darle», e «sgretolata la presunzione che abbia udito degli spari», i giudici indicano come «più coerente con le emergenze istruttorie» l’ipotesi proposta dalla difesa.
E cioè che i colpi fossero quelli prodotti dal ritorno di fiamma del buggy, privo di marmitta, rimasto qualche secondo in attesa davanti al cancello, con Giacomo – il figlio di Calligaris all’epoca minorenne e inizialmente a sua volta indagato – che “sgasava” per tenere il motore acceso. «In questa prospettiva – si legge – i tempi tornano».
Perché, recuperate le prime dichiarazioni di Genuzio, più pregnanti «in quanto rese nell’immediatezza dei fatti» e non dopo anni, i presunti “spari” slittano alle 18.34-18.35. Proprio come aveva affermato anche un’altra vicina, le cui dichiarazioni, insieme a quelle del meccanico che ben conosceva i problemi alla marmitta, «sono state indebitamente emarginate dal gup».
La sincerità dell’imputato.
Un altro pilastro dell’accusa era rappresentato dalla nuova lettura della dinamica dell’aggressione che l’ex generale del Ris, Luciano Garofano, in qualità di consulente, aveva proposto nel 2017, partendo dall’analisi della distribuzione e della tipologia delle macchie di sangue fotografate dai carabinieri nel primo sopralluogo sulla scena del crimine (nel cortile e sotto la pensilina).
Non essendo state trovate sullo pneumatico posteriore sinistro del Land Rover di Calligaris tracce compatibili con il rotolamento, il convincimento era che fossero state prodotte dal contatto della mano insanguinata della vittima e che, quindi, l’imprenditore fosse arrivato prima dell’omicidio.
Anche in questo caso, «alla luce di una rigorosa valutazione scientifica dei dati», l’ipotesi si è rivelata infondata. Il che fa il paio con il capitolo relativo alla sincerità dell’imputato.
«Le sue dichiarazioni – conclude la Corte – sono state analiticamente pesate, valorizzando anche le sue spontanee condotte e le sue talora disarmanti informazioni – fu lui a riferire di essersi lavato le mani prima della prova dello Stub -, valendo a superare la censura di incongruenza e illogicità, spesso solo apparenti, nella sua narrazione». © RIPRODUZIONE RISERVATA
Fonte: Messagero Veneto
Data: 23 Dicembre 2021 – 20H14

